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Saturday, January 24, 2026

CHE COS’È IL MALOCCHIO?

Di Monia Mo Calli

Il malocchio attraversa i secoli come una presenza silenziosa, insinuandosi tra superstizione, religione e cultura popolare. È una delle credenze più antiche del bacino mediterraneo e del Medio Oriente, e ancora oggi sopravvive nel linguaggio quotidiano, nei gesti apotropaici e nei rituali tramandati soprattutto per via orale. Nonostante la modernità e il progresso scientifico, il malocchio continua a occupare uno spazio simbolico importante, soprattutto nelle società dove il confine tra sacro, destino e relazioni umane resta fortemente sentito.

Secondo gli studi di antropologia culturale, il malocchio nasce dall’idea che lo sguardo umano possa possedere un potere distruttivo. L’antropologo Ernesto de Martino, nel suo lavoro sul folklore dell’Italia meridionale, descrive il malocchio come una forma di aggressione simbolica: non un atto consapevole di magia nera, ma un’emanazione involontaria di invidia, desiderio o ostilità. È lo sguardo, carico di emozioni negative, a diventare il veicolo del danno. Questa concezione è condivisa da molte culture antiche: già nella Grecia classica si parlava di baskanía, mentre i Romani temevano il fascinatio, un’influenza maligna capace di colpire persone, animali e persino raccolti.

Il malocchio, nella tradizione popolare, non richiede necessariamente un rituale complesso per essere “compiuto”. Spesso si genera in modo spontaneo: un complimento non accompagnato da una formula protettiva, uno sguardo insistente su qualcosa di desiderabile, l’invidia per la fortuna altrui. Proprio per questo è considerato particolarmente pericoloso, perché può provenire anche da persone vicine, inconsapevoli del danno che stanno causando. James George Frazer, nel celebre Il ramo d’oro, colloca il malocchio all’interno della cosiddetta “magia simpatica”, dove il contatto, anche solo visivo, stabilisce una connessione invisibile tra chi guarda e chi è guardato.

I sintomi attribuiti al malocchio variano da cultura a cultura, ma presentano sorprendenti somiglianze. Malessere improvviso, stanchezza persistente, mal di testa, insonnia, perdita di appetito, sfortuna ripetuta. Nei bambini, secondo la tradizione, può manifestarsi con pianti continui e irrequietezza. Dal punto di vista antropologico, questi segnali vengono interpretati come una risposta psicosomatica a uno stato di ansia o stress, incanalato però attraverso una lettura simbolica condivisa dalla comunità.

Per contrastare il malocchio, le società tradizionali hanno sviluppato una vasta gamma di pratiche di difesa. Amuleti come il corno rosso in Italia, l’occhio di Nazar in Turchia e Grecia, o i gesti rituali delle mani servono a “riflettere” lo sguardo maligno. In molte regioni italiane sopravvive ancora il rito della “lettura dell’olio”, una pratica di origine antica in cui alcune gocce d’olio versate nell’acqua vengono interpretate come segni della presenza del malocchio. De Martino osservava come questi rituali avessero una funzione fondamentale: ristabilire l’ordine simbolico e offrire alla persona colpita un senso di controllo e protezione.
La Chiesa cattolica ha storicamente assunto una posizione ambivalente. Da un lato ha condannato il malocchio come superstizione pagana; dall’altro ha assorbito alcune pratiche sotto forma di preghiere, benedizioni e invocazioni contro il male. Questo compromesso ha permesso alla credenza di sopravvivere, trasformandosi e adattandosi al contesto religioso dominante.
Oggi il malocchio non è più riconosciuto come fenomeno reale dalla scienza medica, ma continua a essere studiato come fatto sociale e culturale. Sociologi e antropologi concordano sul fatto che esso funzioni come una metafora delle tensioni umane: l’invidia, la competizione, la paura del giudizio altrui. In un mondo sempre più esposto allo sguardo degli altri dai social network alla vita pubblica il malocchio sembra aver trovato nuove forme di espressione, pur mantenendo intatta la sua struttura simbolica.
Più che una forza oscura, il malocchio appare dunque come uno specchio delle fragilità umane. Racconta il bisogno di spiegare l’imprevisto, di dare un volto alla sfortuna e di proteggere ciò che si ama. È una storia antica, che continua a essere narrata non perché sia vera in senso scientifico, ma perché è profondamente vera nel modo in cui gli esseri umani cercano di dare senso al mondo.

Thursday, October 12, 2023

IL MALOCCHIO E LA FASCINAZIONE

di Shamano Shekhinà Shekhinà


Con il termine Fascinazione si va ad indicare una definita condizione di livello Psichico atta all’impedimento nonchè all’inibizione, ed al tempo stesso una forte sensazione di dominazione, come un essere agito da una qualche forza talmente potente quanto altamente occulta, la quale lascia senza scampo l’autonomia, la volontà della persona, la sua capacità di decisione ed infine quella di scegliere in consapevolezza.
Cefalalgia, la sonnolenza, troppa spossatezza, rilassamento, l’ipocondria quasi sempre accompagnano la Fascinazione: ma l’esperienza di una forza indomabile e così furba resta comunque il suo aspetto più caratteristico.

La Fascinazione infatti comporta un agente fascinatore, cioè l’esecutore, e naturalmente una vittima, e quando l’agente è configurato in una forma umana, la Fascinazione si determina sotto la pratica del Malocchio, vale a dire come un’influenza assai maligna e malefica, anch’essa molto forte e ‘d'impatto immediato, la quale procede dallo sguardo invidioso (da qui il Malocchio è chiamato anche Invidia), con molteplici e varie tipologie di sfumature le quali possono andare dalla influenza più o meno involontaria fino alla vera e propria fattura deliberatamente eseguite, canalizzata e potenziata attraverso un preciso Cerimoniale stabilito prima, e che può essere, ed è qui che diventa particolarmente temibile, addirittura una fattura a morte.

L’esperienza di dominazione può spingersi sino al punto che una personalità aberrante, ed in pieno contrasto con le regole accettate dalla comunità, va ad invadere del tutto, più o meno, l’intero comportamento: il soggetto non sarà più perciò semplicemente un fascinato, bensì uno spiritato, significa in altre parole un posseduto (invasione o accostamento perché possessione non esiste se non come termine) oppure peggio ancora un ossesso, che va comunque sempre sottoposto a pratica del Sommo Rito dell’Esorcismo.