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Friday, September 12, 2025

LA MALEDIZIONE DELLE SUORE DI OLLOLAI

Di Tenèbras


Si racconta ancora oggi, tra le strade di Ollolai, che esista un antico convento che custodisce un segreto mai del tutto dimenticato.
Le anziane del paese dicono che, di notte, quando il vento scende dai monti e passa tra i vicoli stretti, si può ancora sentire il canto di un coro lontano:
voci femminili, fioche, spezzate, che sembrano provenire da mura che ormai non esistono più.
Molti credono che si tratti delle suore che un tempo vivevano nel convento abbandonato.
Secondo la leggenda, furono colpite da una maledizione: non riuscivano a trovare pace, e furono condannate a rivivere in eterno le loro preghiere, trasformandole in un lamento che si mescola con l’aria della notte.
Qualcuno giura di averle viste.
Un uomo raccontò di essere rientrato tardi a casa, dopo una festa di paese. Passando vicino alle rovine, sentì un bisbiglio dietro di sé.
Si voltò, e intravide tre figure velate, immobili, con le mani giunte.
Gli sussurrarono una frase incomprensibile, ma il suono era gelido, come un respiro d’inverno. Corse via, e per giorni sentì nelle orecchie lo stesso canto che si ripeteva, incessante.
Le leggende ammoniscono: non bisogna mai avvicinarsi al convento dopo il tramonto.
Perché chi sente cantare quelle voci rischia di seguirle… e non tornare più.
E ancora oggi, a Ollolai, nelle notti senza luna, il vento porta con sé un eco che nessuno vuole ascoltare troppo a lungo.
Un coro sommesso, che sembra pregare ma che in realtà supplica solo una cosa:
essere liberate.

𝐓𝐞𝐧è𝐛𝐫𝐚𝐬
𝐒𝐭𝐨𝐫𝐢𝐞 𝐝𝐢 𝐭𝐞𝐧𝐞𝐛𝐫𝐞 𝐞 𝐚𝐧𝐢𝐦𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐮𝐭𝐞

IL MARE CHE SUSSURRA

 Di Tenébras


𝐈𝐥 𝐦𝐚𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐮𝐬𝐬𝐮𝐫𝐫𝐚

Il mare, d’inverno, non ha nulla di accogliente.
Non è blu, non è verde. È nero.
Si muove come una bestia insonne, inghiotte la luce e restituisce solo ombre.
Era una notte senza luna quando decisi di passeggiare sulla spiaggia. Le onde, alte, frustavano la riva con un ritmo ossessivo, come tamburi lontani.
Ma quello che mi colpì non fu il rumore. Fu la voce.
Un sussurro, profondo, che si mescolava al vento.
All’inizio sembrava solo lo schianto dell’acqua sugli scogli. Poi capii che era altro: parole.
Sillabe spezzate, come un canto antico.
Dalla schiuma di un’onda vidi emergere una figura: una donna pallida, con lunghi capelli scuri incollati al volto. Camminava verso la riva, eppure non affondava mai nell’acqua.
Le sue labbra si muovevano, e il suo mormorio diceva:
Vieni…
Dietro di lei, dalle onde, comparvero altre sagome. Alte, curve, scheletriche. Non camminavano: galleggiavano appena sopra il mare, come sospese.
Le voci si unirono in un coro gelido che mi circondò:
Vieni…
Compresi cosa stava accadendo.
Non era un richiamo, era un rituale. Ogni anno, in quella notte senza luna, il mare reclamava un ospite tra i vivi.
La sabbia sotto i miei piedi cedette di colpo, come dita invisibili che mi stringevano le caviglie. Urlai, ma la voce si perse tra i sussurri del mare. Le figure avanzavano, i volti bagnati mi fissavano con occhi spenti.
Pensai fosse finita.
Ma un lampo squarciò il cielo, illuminando la riva.
Quelle figure svanirono all’istante, inghiottite dalla luce. Restai solo, le ginocchia immerse nell’acqua, il cuore in gola.
Corsi verso il paese, senza voltarmi, con i polmoni in fiamme.
Chiusi la porta di casa, e solo allora vidi il dettaglio che mi fece tremare più di tutto il resto.
Sulle mie caviglie erano rimaste impronte scure, come dita sottili che continuavano a stringermi la pelle.
Non se ne andarono quella notte.
Non se ne andarono mai.
Ogni volta che torno al mare, sento il bruciore tornare alle gambe.
E nel vento, tra lo sciabordio delle onde, sempre la stessa parola:
Vieni…

𝐓𝐞𝐧è𝐛𝐫𝐚𝐬
𝐒𝐭𝐨𝐫𝐢𝐞 𝐝𝐢 𝐭𝐞𝐧𝐞𝐛𝐫𝐞 𝐞 𝐚𝐧𝐢𝐦𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐮𝐭𝐞